Un cùscusu di Lorenzo Biagiarelli A Trapani

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Un cùscusu. Proprio ieri, a pranzo, dopo l’ennesima mangiata di gusto, ci stavamo immaginando un programma televisivo in cui vari concorrenti girano la Sicilia cercando di mangiare male. Vince chi ci riesce, perché riuscire a mangiar male su quest’isola è una missione praticamente preclusa ai mortali. Certo, ci sono posti in cui si mangia meglio e altri in cui si mangia ‘meno meglio’ (peggio no, non me la sento di usarlo), ma la media è impressionante. E ridevamo, tra gli ultimi bocconi di fritto di triglia, di questa paradossale trovata televisiva.
Ore dopo, ci sediamo a un bel tavolo del ristorante Il Moro, uno di quelli che mi sono stati più caldamente consigliati in privato. Ordiniamo quattro antipasti e due calici di vino che ci vengono serviti quasi istantaneamente (il mio era molto buono, pe la cronaca) e, una volta terminati, restiamo in attesa delle portate principali (anche perché, a quelle porzioni un po’ striminzite la Sicilia non ci aveva certo abituato). Dopo un paio di decine di minuti, tra una chiacchiera e l’altra, notiamo che tutti hanno il pane da quando si sono seduti tranne noi. Ne chiediamo un po’, vabbè, si saranno scordati. Arriva una minuscola pagnotta con quattro grissini dal gusto totalmente trascurabile e dalle dimensioni simili a quelle degli antipasti. Vabbè, un po’ di dieta non guasta. Chiedo un altro calice di vino. Dopo dieci minuti non è ancora arrivato.
In compenso, dopo 60 minuti esatti dalla nostra seduta arrivano i primi. In due ordinano il cùscusu (cous cous), il celebre piatto della tradizione arabo-trapanese, che il locale si fregia di preparare nella maniera appunto ‘tradizionale’. A parte la quantità di pesce che potete giudicare con i vostri occhi, il cameriere se ne va augurandovi buon appetito. Io, con la fame che mi porta a spazzolare il mio piatto di gnocchetti in un istante, non faccio subito caso al fatto che non ci sia nessun brodo di accompagnamento (come da norma trapanese).
In effetti non sa di molto, ma mi illudo che, essendo qui tutto ‘rivisitato’, possa anche questo essere un artifizio dello chef, magari il brodo è sferificato e nascosto sotto i grumi di semola. No, nemmeno lì. È solo quando un altro piatto di cùscusu viene servito al nostro vicino di tavolo che realizzo che il brodo c’è: si sono scordati di portarlo. A Selvaggia mancano due forchettate, a Chiara poco più. ‘Mi scusi cameriere, ma per noi non c’è il brodo del cuscusu?’. ‘Non ve l’hanno portato?’. ‘Hanno’ in effetti mi ha divertito visto che il cameriere che ci aveva servito il piatto era proprio lui, ma in questi casi il plurale è come un vestito nero, sfina e non impegna. ‘No’. ‘Ah’.
Quel brodo non arriverà mai. Non arriveranno nemmeno spiegazioni o scuse. In compenso arriverà il mio calice di vino, contestualmente al ritiro del mio piatto vuoto. E soprattutto arriverà un conto immacolato. ‘2 cùscusu: 36 euro’. ‘Scusi, ma il cùscusu era senza brodo’. ‘E perché non l’avete chiesto?’ ‘A parte che non sono tenuto a saperlo, a parte che poteva essere una rivisitazione, ma quindi se ero, che ne so, un tedesco che non è mai stato a Trapani avrei mangiato semola asciutta e scondita?’ ‘Ah, già, giusto’. Lo ristampa: 2 cùscusu, 26 euro. (Ancora niente scuse). Io sono abbastanza fumante ma tiro fuori senza scompormi 170 euro in contanti e, dopo altre due osservazioni sulle dimenticanze di pane e vino, me ne vado.
Ormai quasi in hotel, tiro fuori lo scontrino per rimuginare un po’ sulla prima cena (che poi, cena, avevamo ancora una fame boia e siamo andati a cercare delle pizze) deludente in Sicilia e mi accorgo che 1-mi hanno fatto pagare un’acqua in più (3,5€) e 2-quello che ho in mano non è uno scontrino. È un preconto senza nessun valore fiscale. Mi faccio quindi altri dieci minuti a piedi per AVERE UNO SCONTRINO FISCALE. ‘Non ce l’ha?’ ‘Eh, no, se no non tornavo’. ‘Ma sicuramente è stato stampato’. ‘Sarà stato stampato ma io non ce l’ho’. Chiede a un cameriere ‘Come ha pagato il signore, contanti o carta?’. ‘Contanti’ risponde quest’ultimo dileguandosi rapidamente. Questa, ovviamente è la domanda più grave da fare per chiunque sappia cosa significa un preconto abbinato a un pagamento in contanti, ma lascio perdere per il momento. ‘Ecco la sua copia’. Eppure una copia non è, perché l’ora impressa sullo scontrino è quella esatta in cui lascio per la seconda e ultima volta il ristorante in cui mi sono arrabbiato per la prima volta della mia vita. Voi, trapanesi, ditemi se questo in foto è un cùscusu. Io vado a prendermi una bella rianata per colazione.

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